Skip to main content
Rebeca Romero / Photo Ingrid Pumayalla
Rebeca Romero / A Conversation
Vincitrice Premio OGR 2023
Beatrice Sacco / Artpil

Abbiamo avuto l’occasione di parlare con la vincitrice del Premio OGR di quest’anno, Rebeca Romero. Artista peruviana di base a Londra, è stata recentemente premiata da Artissima e Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT con il progetto Semilla SAGRADA, un’installazione che è diventata sia fisica negli spazi del Duomo alle OGR Torino, sia 3D in una versione virtuale ospitata sulla piattaforma Spatial nel Metaverso, fruibile gratuitamente nel corso del tempo.

Il premio fa parte del progetto METAmorphosis, il secondo episodio della piattaforma Beyond Production, promossa da Artissima e Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT e si propone di riflettere sulle tendenze più innovative dell’arte contemporanea. Partner nello sviluppo del progetto sono stati Artshell, software house per il mercato dell’arte, e LCA Studio Legale, oltre a REVIBE – Metaverse Experience Factory.

BEATRICE SACCO: Che cosa ti ha portato inizialmente all’epoca precolombiana come uno dei temi principali del tuo lavoro? Quale ritieni essere la sua connessione con le pratiche contemporanee e come l’hai scoperta?

REBECA ROMERO: Sono cresciuta a Lima, una città piena di antichi santuari, i reperti archeologici sono ovunque, nella capitale del Paese ma non solo. Lo studio delle culture precolombiane e inca è una parte fondamentale della nostra educazione, della nostra vita. Ho sempre avuto un interesse per l’archeologia andina, ma il fatto che questa sia diventata una delle basi del mio lavoro è dovuto a diverse ragioni. Ho vissuto in Europa per quasi metà della mia vita, mi sono trasferita qui da giovane adulta, e purtroppo non ho mai potuto permettermi viaggi frequenti per tornare a casa. Alcuni ricordi hanno iniziato a sbiadire, a diventare ingannevoli. Cosi inizi a cercare il modo di creare dei ponti. È un lungo processo per abbracciare quella che alcuni definiscono “identità diasporica”. Questa identità ha iniziato lentamente a diventare parte della mia pratica artistica. Ho fatto un master in Belle Arti alla Goldsmiths University di Londra e questa esperienza mi ha fatto mettere in discussione ciò che gli occhi europei considerano arte, bellezza, conoscenza e, successivamente, tecnologia. Ho cominciato così a cercare di sfidare queste idee attraverso il mio lavoro.

In un testo sul tuo lavoro ho letto che “indaghi l’archivio digitale come una tecnica di creazione della storia”. Puoi parlarne un po’ più approfonditamente? Pensi che sia possibile ricreare una storia che sia davvero inclusiva?

Esploro la collaborazione tra creatori e macchine – vecchie o nuove – attraverso manufatti andini metamorfosati: tessuti pixelati lavorati meccanicamente, modelli digitali, film generati dall’intelligenza artificiale e vasi stampati in 3D, tra gli altri. A causa della mia distanza dal materiale originale, ho scelto di avviare quello che chiamo un processo di scavo digitale, dove lo “scavo” avviene nelle collezioni online dei musei. Il mio lavoro è profondamente radicato nella possibilità di immaginare un mondo al di fuori del sistema coloniale moderno, un mondo in cui si inseriscono molti mondi. Distorcere il tempo in questo senso, passando dal passato al futuro e viceversa, è un modo efficace per mettere in discussione la “realtà”. In questo contesto, il mutamento di forma, il glitch, sono mezzi di liberazione. Direi che il mio interesse per la messa in discussione della “verità” è anche molto legato all’era Trump, dalle “fake news” ai libri di storia, potrebbe essere un modo per descrivere questa parte del mio metodologia di pensiero. Non sono orgogliosa di dire che sono un’ avida consumatrice di social media, ma chi non lo è nel 2023? Prendere coscienza di questo legame tra la tecnologia e la manipolazione del “reale” è stato un momento cruciale nella mia pratica. Non sono una storica qualificata, sono un’artista, una narratrice. La mia ricerca comprende il lavoro di Ursula Leguin, Octavia Butler e Simon O’Sullivan, per citarne alcuni. Grazie alla loro influenza ho iniziato ad adottare la narrativa come metodo, ed è da questo spazio che creo il mio.

La tua pratica prevede l’uso di vari materiali e di tecniche diverse, dai tessuti alle stampe 3D, e altri ancora. Come li scegli in base al progetto che stai sviluppando? Puoi parlarci un po’ del tuo processo creativo?

Entro nel mio spazio di lavoro spinta dalla curiosità. Posso perdermi nella ricerca così come posso passare ore a creare nello studio. Il mio modo di avvicinarmi alle culture che mi interessano è attraverso la loro arte, il loro lavoro tessile, la loro ceramica, la loro architettura. Si potrebbe dire che ho aperto una conversazione tra la loro cultura e la mia. Deve esserci una coerenza tra il mezzo e il messaggio e direi che questa è l’unica regola ferrea che seguo. Tutto il resto è lecito. Tendo a definire la mia pratica come interdisciplinare, ma ultimamente sto pensando che forse postdisciplinare sia un’espressione migliore per descriverla. Non ci sono gerarchie o confini in questo spazio.

Qual è il tuo legame con il suono e la musica e in quali contesti decidi di usarli? Penso soprattutto a Haptic Chant, ma anche a Now hear This: Sonar doesn’t Hurt Fish o New Worshipers, dove percepisco un elemento di suono e di poesia allo stesso tempo. È un medium che usi frequentemente nella tua pratica o scegli di utilizzare la musica solo in specifici contesti?

Gioco con la musica da quando ero bambina. Non sono una musicista professionista o altro, ma so suonare alcuni strumenti e mi sono esibita sia da sola che come parte di una band. Ho anche lavorato in diversi locali per mantenermi nel corso degli anni e ho partecipato ad alcuni rave. Sono affascinata dal potere che la musica ha di amplificare le emozioni e creare connessioni con un pubblico collettivo. È per questo motivo che l’ho resa parte della mia cassetta degli attrezzi. L’idea di inserire la poesia nel mio lavoro mi è stata presentata dall’artista Jesse Darling, con cui ho avuto una studio visit. La poesia mi ha aiutato a superare la paura di esprimermi con le parole e mi ha aperto le porte per sperimentare la scrittura attraverso testi di narrativa più lunghi, come nel caso di The New Worshipers. Al momento, le parole e la musica sono strumenti che spesso incorporo nel mio lavoro. Mi piace muovermi liberamente tra le discipline, così come faccio con i regni digitali e materiali. Mi permetto di imparare con ogni opera e di divertirmi con quello che faccio.

Nella conversazione contemporanea sulle nuove tecnologie e l’IA, entrambe sono viste sempre più frequentemente come qualcosa di negativo e pericoloso. Mi sembra che per te il loro uso abbia qualcosa di positivo e giusto. È così? Puoi darci la tua opinione riguardo all’uso di queste tecnologie?

È davvero impressionante assistere ai progressi nell’area dell’IA. Viviamo in un mondo estremamente veloce, globalizzato e interconnesso, le tecnologie avanzate diventano sempre più accessibili, ma allo stesso tempo spesso trascuriamo l’impatto e le conseguenze che questi strumenti appena acquisiti possono avere. Nel mio caso, ricerca e pratica si sviluppano contemporaneamente e si alimentano a vicenda. Leggo costantemente articoli e ascolto interviste di esperti del settore, mentre passo il tempo a sperimentare generatori di IA, utilizzandoli in modo collaborativo nel mio lavoro. Tutto questo per dire che ne sono entusiasta ma allo stesso tempo cauta. Per me la cosa più eccitante di questa rivoluzione dell’IA è l’integrazione e l’accettazione della possibilità di un’intelligenza non umana. Ora, come la affronteremo e quali cambiamenti reali apporterà alle nostre vite è ancora da vedere.

Il tuo lavoro mi sembra profondamente radicato nelle pratiche spirituali delle civiltà passate. Pensi che ci sia ancora spazio per la spiritualità nell’epoca contemporanea? Se sì, in che modo?

Quando si lavora con e attraverso i manufatti è impossibile non chiedersi che vita abbiano avuto un tempo, il contesto in cui sono stati realizzati e come sono stati utilizzati. Esploro il loro potere narrativo e spirituale, nel passato e nell’epoca contemporanea. Personalmente ho notato un grande cambiamento nella società occidentale durante e dopo la pandemia. Viviamo in un mondo in cui le sfide ecologiche sono in aumento e il nostro ambiente affronta una continua devastazione, e non sorprende che molti di noi desiderino una connessione spirituale più profonda con questo pianeta che chiamiamo casa, proprio come fecero gli Inca e le civiltà precolombiane in passato e come continuano a fare oggi le popolazioni indigene delle Americhe.

Puoi parlarci un po’ del processo di realizzazione di Semilla SAGRADA? Com’è stato lavorare con tante realtà e istituzioni diverse?

È stato un processo lungo e articolato. Incontri formativi, sviluppo di proposte e comunicazione costante con tutte le istituzioni e i partner coinvolti nel progetto. Ho avuto la fortuna di lavorare con curatori ed esperti straordinari nel campo del game design, dell’animazione digitale e della fabbricazione di tessuti che mi hanno sostenuto lungo tutto il percorso. Sono state necessarie molte ore di ricerca, lavoro manuale e progettazione digitale. Direi che la fluidità tra il regno digitale e quello materiale era già una delle caratteristiche della mia pratica, quindi mi è piaciuto molto portare quel flusso e quella dinamica dentro questo progetto.

A cosa stai lavorando in questo momento e quali progetti hai per il tuo immediato futuro?

In questo momento mi sto preparando per una performance, che farà parte di una mostra collettiva a Londra, un bellissimo progetto curato dalla curatrice messicana Sophia Sacals. È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che mi sono esibita davanti a un pubblico, ma non vedo l’ora. C’è la possibilità che io torni a Torino a esibire il mio lavoro più avanti nel corso dell’anno, ma questo è ancora da confermare. Sto anche preparando una mostra personale che dovrebbe tenersi in autunno e sto lavorando a una pubblicazione con Kate Morrell, che dirige Pleats, una casa editrice indipendente a cui dovreste assolutamente dare un’occhiata.

Rebeca Romero / Una Conversazione
Intervista di Beatrice Sacco
Vincitrice del Premio OGR 2023
Sponsorizzato da Artissima & Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT

Rebeca Romero / A Conversation
Winner OGR Award 2023
Beatrice Sacco / Artpil

We had the chance to talk to the OGR Prize Winner of this year, Rebeca Romero. Peruvian artist based in London, she was recently awarded by Artissima and Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT with her project Semilla SAGRADA, an installation that became both physical in the spaces of the Duomo at OGR Torino and 3D in a virtual version hosted on the Spatial platform in the Metaverse usable free of charge over time.

The award is part of the METAmorphosis project, the second episode of the Beyond Production platform, promoted by Artissima and Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT and aims to reflect on the most innovative trends in contemporary art. Partners in the development of the project were Artshell, a software house for the art market, and LCA Studio Legale, in addition to REVIBE – Metaverse Experience Factory.

BEATRICE SACCO: What has drawn you at first to the pre-Columbian era as one of the main themes of your work? What is for you the connection with contemporary practices and how did you find it?

REBECA ROMERO: I grew up in Lima, it is a city full of ancient shrines, archeological structures are everywhere in the capital of the country and beyond. Learning about Pre-columbian and Inca cultures is a fundamental part of our education, of our life. I’ve always had an interest in Andean archaeology but how this ended up being one of the axis of my work is due to several reasons. I’ve been living in Europe almost half of my life, I moved here as a young adult and unfortunately I was never able to afford frequent trips back home. Some memories started to fade, it becomes tricky. You start coming up with ways to create bridges. It is a long process to embrace what some people define as ‘diasporic identity.’ This identity started slowly to become part of my art practice. I did my masters in Fine Art at Goldsmiths University of London, and the experience really made me question what European eyes consider art, beauty, knowledge and later, technology. I became interested in challenging these ideas through my work.

In a text about your work I read that you “look into the intervention of the digital archive as a history-making technique.” Can you talk a bit more about it? Do you think that it is possible to recreate an inclusive history?

I explore the collaboration between makers and machines – whether old or new – through metamorphosed Andean artefacts: pixelated mechanically-knitted textiles, digital models, AI-generated films, and 3-D printed vessels, among others. Due to my distance from my source material it was a choice to start what I call a process of digital excavation, where the “digging” takes place in museum online collections. My work is deeply rooted in the possibility to imagine a world outside the modern colonial system, a world where many worlds fit. Distorting time in this sense, moving from the past to the future and vice versa, is quite an effective way to make you question “reality.” To shape-shift, to glitch, are in this context keys to freedom. I would say, my interest in the questioning of “the truth” is also very much linked to the Trump era, from “fake news” to history books, could be a way to describe that part of my thinking process. I’m not proud to say that I’m an avid consumer of social media, but who isn’t in 2023? Becoming aware of this link between technology and the manipulation of “the real” was a pivotal moment in my practice. I’m not a qualified historian, I’m an artist, a story-teller. My research includes the work of Ursula Leguin, Octavia Butler and Simon O’Sullivan to name a few. Thanks to their influence I started adopting fiction as a method, and it is from this space where I create my own.

Your practice involves the use of many different materials and techniques, from textiles to 3D prints, and others. How do you choose the materials according to the project you are developing? Can you talk a little about your creative process?

I enter my workspace driven by curiosity. I can get lost in research the same way I can spend hours making in the studio. My way to approach the cultures I am interested in is through their art making, their textile work, their pottery, their architecture. So you could say I have opened a conversation between theirs and my own. There needs to be a coherence between medium and message and I would say that is the only strict rule I have in place. Anything else is fair game. I tend to refer to my practice as interdisciplinary but lately I’ve been thinking that maybe post disciplinary is a better term to describe it. There are not really hierarchies or boundaries in this space.

What is your connection with sound and music and when do you use them? I am thinking about Haptic Chant especially, but also about Now hear This: Sonar doesn’t Hurt Fish or New Worshipers, where I feel there is an element of sound and of poetry at the same time. Is it a common part of your practice or do you choose music as your media just in specific contexts?

I’ve been playing around with music since I was a kid. I am not a pro musician or anything, but I can play a few instruments and have performed individually and as a part of a group. I have also worked in several music venues to pay the bills through the years and have done my fair share of raving. I’m fascinated by the power music has to amplify emotions and create connections with a collective audience. That’s the reason why it is part of my toolkit. The idea of bringing poetry into my work was introduced to me by artist Jesse Darling, who I once had a studio visit with. Poetry helped me overcome the fear of expressing myself with words, and it opened doors for me to experiment with writing through longer pieces of fiction, which is the case in The New Worshipers.  At this point, words and music are tools I often incorporate into my work. I enjoy moving freely between disciplines, the same way I do with digital and material realms. I allow myself to learn with every piece and have fun with what I do.

In the contemporary conversation about new technologies and AI they are more and more often seen as something negative and dangerous. It seems to me that for you their use has something positive and fair. Is that the case? Can you give us your thoughts concerning the harnessing of these technologies?

It is really impressive to witness the way advances in the area of AI are taking place. We live in an extremely fast-paced, globalised, inter-connected world, advanced technologies become more and more accessible, at the same time we often overlook the impact and consequences these newly acquired tools may have. In my case, research and practice unravel at the same time and feed from each other. I’m constantly reading papers and listening to interviews by experts in the field while I spend time experimenting with AI generators, using them in a collaborative way in my work. This is all to say that I am blown away by them but cautious at the same time. To me the most exciting thing about this AI revolution is the integration and acceptance of the possibility of a non-human kind of intelligence. Now how we’ll deal with and the real changes they will bring into our lives is yet to be seen.

Your work feels to me deeply rooted in spiritual practices from past civilizations. Do you think there is still place for spirituality in contemporary times? If so, how might they connect?

When you work with and through artefacts it is impossible not to wonder about the life they once had. The context in which they were made and how they were used. I explore their narrative and spiritual power, in the past and in contemporary times. I personally noticed a big change in western society during and after the pandemic. We are living in a world where ecological challenges are on the rise and our environment faces ongoing devastation, and it’s not surprising that many of us are yearning for a deeper spiritual connection with this planet we call home, just like the Incas and pre-Columbian civilisations did in the past and indigenous peoples of the Americas continue to do today.

Can you talk a little about the process of making Semilla SAGRADA? How was it working with so many different realities and institutions?

It has been a long and multi-layered process. Formative meetings, proposal developments and constant communication with all the institutions and partners involved in the project. I’ve been very lucky to work with amazing curators and experts in the fields of game design, digital animation and textile fabrication that have supported me along the way. Many hours of research, manual labour and digital design were involved. I would say that fluidity between the digital and material realms was already one of the characteristics of my practice, so I enjoyed thoroughly bringing that flow, that dynamic into this project.

What are you working on right now, and what plans do you have for the near future?

Right now I’m rehearsing for an upcoming performance, which will be part of a group show in London, a beautiful project curated by Mexican curator Sophia Sacals. Its been a while since the last time I performed for an audience but I’m looking forward to it. There is a possibility of coming back to Turin and showing my work later this year but that is still to be confirmed. I’m also preparing for a solo exhibition which should be taking place in the Autumn and working on a publication with Kate Morrell who runs Pleats, an independent arts publisher that you should definitely check out.

 

Rebeca Romero / A Conversation
Winner OGR Award 2023
Interview by Beatrice Sacco
Sponsored by Artissima & Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT

ARTPIL | PROFILES OF THE ARTS
Con un focus sull’arte moderna e contemporanea, Artpil si occupa della pubblicazione di articoli, notizie, annunci & interviste, oltre che della creazione di profili di artiste ed artisti di tutte le discipline, di musei e gallerie, agenzie e organizzazioni, sia pubbliche che private.
ARTPIL | PROFILES OF THE ARTS
With a focus on modern + contemporary arts, Artpil provides stories, event news, and interviews, featuring profiles of artists of all disciplines, museums & galleries, agencies & organizations, both curated and from the public domain.
Artissima 2023: Relations of Care
3–5 nov 2023 / 2 nov preview su invito
Artissima
Artissima presenta la sua nuova identità visiva, ispirata al tema di questa trentesima edizione: Relations of Care, che tra spunto da un recente saggio dell’antropologo brasiliano Renzo Taddei.
Artissima 2023: Relations of Care
Nov 3–5, 2023 / Nov 2, 2023 preview on invitation
Artissima
Artissima presents its new visual identity, reflecting the theme of this 30th edition: Relations of Care, suggested by Brazilian anthropologist Renzo Taddei in a recent essay.
Paratissima 2023: Eye Contact
1–5 nov 2023
Paratissima
La collaborazione tra IAAD e Paratissima ha visto lo sviluppo di una proposta di tema per la XIX edizione di Paratissima da parte degli studenti del corso di Communication Design.
Paratissima 2023: Eye Contact
Nov 1–5,2023
Paratissima
The collaboration between IAAD and Paratissima saw the development of a theme proposal for the 19th edition of Paratissima by the students of the Communication Design course.
Michelangelo Pistoletto. Molti di uno
2 nov 2023 – 25 feb 2024
Castello di Rivoli
Il Castello di Rivoli presenta una grande mostra dedicata a Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933) in occasione del suo novantesimo compleanno.
Michelangelo Pistoletto. Many from One
Nov 2, 2023 – Feb 25, 2024
Castello di Rivoli
Castello di Rivoli presents a major exhibition dedicated to Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933) on the occasion of his ninetieth birthday.
Luca Locatelli. The Circle
21 set 2023 – 18 feb 2024
Gallerie d'Italia
Risultato di un progetto di ricerca di lunghissimo respiro, Luca Locatelli ha documentato le buone pratiche, sperimentazioni, ambizioni e percorsi di questa nuova utopia.
Luca Locatelli. The Circle
Sep 21, 2023 – Feb 18, 2024
Gallerie d'Italia
Following a very long research project, Luca Locatelli has documented the good practices, experiments, ambitions and paths of this new utopia.
Lawrence Weiner: Where The Words Start
3 nov 2023 – 3 feb 2024
Recontemporary
Con la mostra Where the Words Start, Recontemporary vuole portare l’attenzione sul lavoro video di Lawrence Weiner che, come suggerisce il titolo, parte da una riflessione sul linguaggio.
Lawrence Weiner: Where The Words Start
Nov 3, 2023 – Feb 3, 2024
Recontemporary
With the Where the Words Start exhibition, Recontemporary aims to draw attention to Lawrence Weiner’s video work, which, as the title suggests, starts with a reflection on language.
30 Under 30 Women Photographers 2023
5 Nov – 16 Dic 2023 / TAW vernissage 7 Nov 2023
Artpil / Recontemporary
Artpil è lieta di annunciare la mostra online di 30 Under 30 Women Photographers 2023 e la sua partecipazione alla Torino Art Week con un ricevimento d'artista e una proiezione delle fotografie selezionate.
30 Under 30 Women Photographers 2023
Nov 5 – Dec 16, 2023 / Reception Nov 7, 2023
Artpil / Recontemporary
Artpil proudly announces its online Exhibition of 30 Under 30 Women Photographers 2023 and its participation in Torino Art Week with an artist reception and slideshow presentation.